SALUTE: LA MINACCIA CHE VIENE DALLA PLASTICA

Mag 23 • IN PRIMO PIANO • 153 Views • Nessun commento su SALUTE: LA MINACCIA CHE VIENE DALLA PLASTICA

La missione “10 rivers 1 ocean” di Alex Bellini non è un gioco. Il fenomeno dell’inquinamento da plastica ha importanti risvolti sanitari. Tutti gli abitanti della Terra sono soggetti al rischio di gravi patologie tumorali, neurologiche, immunitarie, riproduttive, nervose ed endocrine. Insomma “siamo tutti sulla stessa barca” (da qui l’hashtag della missione #weareallinthesameboat). Il recente rapporto del Center for International Environmental Law (CIEL) chiarisce ogni perplessità in merito.Non sono solo gli oceani, gli animali marini e il clima a soffrire delle conseguenze della nostra dipendenza dalla plastica: dall’estrazione del petrolio (indispensabile per le materie prime) alle molecole rilasciate dagli oggetti in plastica, fino al loro smaltimento o abbandono nei mari, ogni fase di vita di questo materiale minaccia la salute umana. Le microplastiche, come frammenti e fibre – si legge nel rapporto -, a causa delle loro piccole dimensioni possono entrare nel corpo umano attraverso il contatto, l’ingestione o l’inalazione, penetrare nei tessuti e nelle cellule generando impatti sull’uomo, anche a causa del rilascio di sostanze chimiche pericolose; incertezze e lacune conoscitive non consentono di avere un quadro dettagliato circa gli impatti sulla salute umana.

 

Alex Bellini, classe 1978, esploratore, mental coach, speaker e scrittore, accende i riflettori sul problema

dell’inquinamento da plastica. Per il suo benessere e per quello di tutti noi

 

Plastica. I mari ne sono colmi. Fauna e flora degli oceani sono a rischio e ci sono pericoli concreti anche per la salute umana. Ogni singolo abitante del Pianeta dovrebbe dare il suo piccolo contributo. Poi c’è chi ha sposato la causa e ha maggiori possibilità. Sì, perché, dobbiamo farlo presente, le risorse a cui attinge Alex Bellini, esploratore e mental coach, sono superiori alla media e vanno oltre l’umana comprensione. Come potremmo definire altrimenti la forza di volontà che ha spinto questo esploratore di origine valtellinesi ad attraversare il Pacifico e l’Atlantico a remi, l’Alaska per 1.400 km trainando la propria slitta o a correre da una costa all’altra degli Stati Uniti in 70 giorni per 5.300 km, e nel Sahara per 250 km, sempre in isolamento…. Semplice autodisciplina? Eppure lui afferma che è proprio così. A un certo punto della sua esperienza d’in- trospezione, Alex ha alzato lo sguardo sui problemi del mondo, della Natura. È allora che l’esplorazione ha sposato un principio: la sensibilizzazione sui danni irreversibili che gli esseri umani stanno arrecando all’ecosistema. In particolare il problema dell’inquinamento da plastica. Ne è nato un progetto colossale e affascinante, che durerà tre anni: “10 rivers 1 ocean”. È il viaggio della plastica lungo i 10 fiumi più inquinati del mondo (Gange, Indo, Mekong, Fiume delle Perle, Yangtze, Fiume Giallo, Hai He, Amur, Nilo e Niger) fino al Great Pacific Garbage Patch, l’isola di rifiuti che le correnti hanno creato in mezzo all’oceano, grande tre volte la Francia. Alex intende navigarli tutti, con imbarcazioni autoprodotte, e accendere i riflettori sul problema. La prima tappa si è appena conclusa: il Gange, quinto fiume più inquinato al mondo. E allora abbiamo voluto conoscere quest’uomo risoluto e idealista che fa parlare di sé per una causa nobilissima. Vogliamo le impressioni a caldo sull’India. Vogliamo chiedergli cos’è per lui il benessere. Ci incontriamo nello store milanese di The North Sails, partner del progetto.

 

Com’è stato l’impatto con il Gange?

L’impressione generale è di sconforto. Mi sono reso conto subito che il problema è culturale. Chiediamo agli indiani uno sforzo cognitivo troppo grande in un contesto in cui le persone badano solo a ciò che garantisce la sopravvivenza quotidiana. In generale, in India, ambire a un futuro migliore è un concetto che non esiste. Quel che mi ha sorpreso è la grande influenza che la religione ha sul problema della plastica. La contraddizione è grande: il Gange è il fiume più sacro per gli indiani, ma rischia di morire per la stessa mano dell’uomo. La pratica religiosa induista, infatti, porta milioni di persone a offrire doni al fiume, petali e fiori confezionati nella plastica. Quindi come puoi chiedere agli indiani di smettere di praticare? Inoltre c’è da considerare il fatalismo e la superstizione legati alla fede. Cito due esempi. Un giorno, all’ennesima carcassa di animale incontrata navigando, ho chiesto a un pescatore “perché non la raccogli?” e lui mi ha risposto “il Gange è lungo e qualcuno se ne occuperà”. Ricordo anche le reazioni di stupore quando chiedevo alle persone di bollire un po’ di acqua per poterla bere: “perché la vuoi bollire? Il problema dell’inquinamento del Gange è tutto nella tua testa. L’acqua del Gange non sarà mai impura”. Eppure, in alcuni tratti, la concentrazione di eColi è 500 mila volte superiore al livello massimo consentito per la balneazione. Ecco, queste convinzioni non aiutano nel decidere di agire a salvaguardia dell’ambiente.

 

Quindi non c’è speranza di cambiare lo status quo?

A fronte di tutto ciò, ci sono tante iniziative individuali o di ONG. Ci sono persone che hanno il coraggio di immaginarsi qualcosa di diverso. Persone che di loro tasca vanno a ripulire i ghat, le gradinate che permettono l’accesso al Gange a milioni di pellegrini. Quindi l’idea, che io ho trovato geniale da parte loro, è quella di creare un’associazione emotiva tra le persone e il fiume. Per esempio: in un piccolo paese, un’associazione ha invitato la scuola locale a fare lezione sul ghat. Forse un giorno i ragazzi si prenderanno cura del fiume.

 

Definisci il tuo tipo di esplorazione.

Se per i primi 20 anni della mia vita da esploratore sono stato guidando dalla domanda “chi sono?” e mi sono “mischiato con la natura” per accrescere la consapevolezza di chi fossi, giunto all’età dei 40 anni è come se avessi alzato lo sguardo, che prima era rivolto ai miei piedi. Ora è rivolto al futuro. Mi chiedo dove stiamo andando. Viviamo in un’epoca in cui l’essere umano è la causa principale dei cambiamenti geografici e climatici del Pianeta. Mai come ora siamo distanti dalla natura.

 

Tu che sei sempre alla ricerca dei limiti, pensi averli trovati in India?

So che i problemi che si incontrano sul Gange non sono gli stessi che troverò sul Nilo, sul quale non pesa la pratica religiosa. Troverò altro e andrò ad accrescere la consapevolezza dei vari aspetti che contribuiscono al problema. A luglio, navigherò nel Great Pacific Garbage Patch, e a fine anno sul Mekong.

 

Tu sei anche mental coach. Come ti è venuta l’idea di formarti in questo senso?

Non era pianificato. Di avventura in avventura acquisivo delle conoscenze che mi aiutavano a gestire le sfide che la vita mi offriva. Molto spontaneamente le persone hanno iniziato a chiedermi consigli. Devo dire che sono molto appassionato di psicologia, forse per via delle lunghissime esperienze in semi-isolamento mi hanno portato a fare autoanalisi. Sto ultimando gli studi all’università e ho intenzione di proseguire con un percorso master in Psicologia della prestazione.

 

Quale relazione c’è tra avere una mentalità vincente, positiva, e il benessere della persona?

Credo che l’atteggiamento in generale sia l’aspetto più importante, più del passato, delle circostanze, dei fatti, di quello che le persone dicono o pensano di te, così importante che se riusciamo a trasformare un pensiero negativo in uno positivo abbiamo già vinto. L’ho sperimentato, mio malgrado, quando ho attraversato il Pacifico a remi: dopo sette mesi e mezzo di mare avevo completamente perso le speranze, il senso di quello che stavo facendo, il senso della direzione. Non ero cambiato io, era solo cambiata la lettura che davo del mondo. Poi, cambiando atteggiamento, ho trovato l’energia che serviva per concludere la mia sfida. Noi abbiamo già tutto quello che ci serve. Dobbiamo solo riconoscere la forza delle parole che usiamo per comunicare con noi stessi. Le parole sono elementi che sottraggono energia o che al contrario la creano. In generale, comunque, credo che il benessere passi anche dalla qualità che riusciamo a dare alla nostra vita.

 

Si nota molto malessere nella nostra società. Trovi che in generale le persone sappiano leggersi dentro?

Le persone non si danno il tempo di porsi la domanda e di attendere la risposta. E a volte non si pongono neanche la domanda. Per questo ognuno di noi, secondo me, dovrebbe trovare un po’ di tempo, qualche giorno, qualche settimana da dedicarsi. È solo nel silenzio, nell’isolamento, che riusciamo a sentire la nostra voce e scopriamo chi siamo.

 

Mi dai una definizione di resilienza?

L’essere umano è equipaggiato con la capacità di resistere, di persistere, perseverare. È una competenza trasversale che possiamo applicare a tutti gli ambiti. Soprattutto in un’epoca in cui dominano l’incertezza, la volatilità, l’ambiguità e la complessità. La resilienza è un elemento che alleniamo poco, perché c’è sempre meno la necessità di farlo. Cambiando completamente il senso che diamo alle sfide e alle difficoltà possiamo allenare la nostra resilienza. Pensiamo a che differenza farebbe l’interpretare ogni ostacolo come un’opportunità o una fonte di saggezza. Nello sport, per esempio, per migliorare le prestazioni è necessario impegnarsi, resistere. Per la mia attività sportiva alleno il mio corpo e la mia mente tutti i giorni. Per cominciare ad allenare la resilienza, dunque, consiglierei di fare più sport.

 

Parliamo dell’alimentazione…

Sono vegano dal 2011 per sfida, per allenare l’autodisciplina, di cui non sono stato equipaggiato dalla nascita. Contrariamente a quanto si pensa, infatti, lavoro quotidianamente su questa virtù, scegliendo gli alimenti e la qualità di quel che mangio. Allenamento, introspezione e forza di volontà. La ricetta per sviluppare i propri super- poteri pare essere questa. Bellini docet.

« »