Lo sguardo del terapeuta e l’atteggiamento clinico

Apr 10 • NEWS • 3413 Views • Nessun commento su Lo sguardo del terapeuta e l’atteggiamento clinico

Intervista alla dottoressa Carla Sancin.

Talvolta le persone hanno paura di rivolgersi a uno psicoterapeuta perché temono inconsciamente uno sguardo capace di vedere nei recessi più profondi della psiche. “È vero – spiega la dottoressa Carla Sancin – ma dipende da chi le guarda e da come le guarda. Ritengo che ci siano delle caratteristiche nel terapeuta che possono favorire l’apertura alla fiducia: autorevolezza, conoscenza, consapevolezza e, infine, nel suo sguardo, rispetto, amore disinteressato (agape) e compassione (in senso buddista). È importante che egli abbia maturato una buona conoscenza clinica, ampi orizzonti culturali che lo portano a guardare l’altro ‘tutto tondo’ e abbia vissuto un percorso didattico che gli permetta di non fuggire davanti al dolore, alla depressione, alla rabbia o all’ansia del paziente, ma di accoglierli rimanendo presente ad essi e attivando, nei giusti modi e nei giusti tempi, un processo di trasformazione. In questo ‘percorso dantesco’ è necessario saper ‘attraversare’ questo tipo di vissuti e sentimenti senza ‘perdersi’ nella parte oscura o fermarsi nella palude depressiva, liberando invece delle energie che saranno utilizzate per rinforzare e far evolvere la parte sana. Per favorire questi processi si può utilizzare come ‘ponte’, quando ciò sia possibile e opportuno, un atteggiamento che esprime umanità, umorismo, leggerezza e gioco. Nel terapeuta (ma non solo), l’umanità si sviluppa soprattutto quando, durante il suo cammino interiore, egli si scontra con i suoi limiti e con le sue difficoltà nell’affrontare certi passaggi esistenziali e così comprende (sentendosi in ciò accomunato a tutti gli esseri umani) come, talvolta, sia difficile vivere”. “L’umorismo è un aspetto della saggezza sorridente: è un modo di guardare ai limiti dell’altro (e ai propri) con obiettività ma anche con simpatia e accettazione, riportandoli alle giuste proporzioni e vedendoli nella giusta luce all’interno di una visione saggia e profonda della storia, della natura umana e dell’umano esistere. In questo modo, sentendosi accettato in tutti i suoi aspetti (e, quindi, accettandosi un po’ di più) e incoraggiato da un sorriso sdrammatizzante, il paziente può intraprendere con maggiore serenità un percorso di metabolizzazione e trasformazione positiva”.
“Infine, un atteggiamento permeato di leggerezza e giocosità, favorisce il formarsi di uno spazio interiore e relazionale libero da quei condizionamenti, e dalla paralizzante coazione a ripetere, che lo fanno sentire impotente; e permette così l’emergere di molte potenzialità sopite e della sua ‘fantasia creativa’, grazie alle quali egli può immaginare, sperimentare e creare nuove possibilità, nuovi atteggiamenti esistenziali, un nuovo modo di essere nel rapporto con l’altro. Questo processo consente di accedere alle energie della parte sana e di formulare con maggior fiducia un progetto di evoluzione positiva e di crescita. Appare molto evocativo, a questo proposito, un antico mito nel quale un dio fanciullo crea e ricrea continuamente l’universo giocando a dadi. Come fa il terapeuta a non proiettare parti di sé e della sua storia quando affronta con il paziente tematiche come l’amore, l’abbandono, le perdite, la malattia, la morte, il rapporto con i genitori e con i figli?”.
“All’interno del setting, il mio sguardo è partecipe, ma contemporaneamente disidentificato, poiché sono centrata in un sé profondo dal quale sgorgano consapevolezza e volontà e quindi, mentre esperisco pensieri, sentimenti, emozioni e sensazioni, posso contemporaneamente riconoscerli con chiarezza, scegliere come rapportarmi ad essi ed eventualmente utilizzarli all’interno del rapporto terapeutico. Questo stato di coscienza mi permette inoltre di ‘vedere’ le psicodinamiche che si muovono all’interno della relazione e di rispondervi in modo tale da ‘aprire’ una via d’uscita da quegli antichi schemi che il paziente sta inconsciamente ponendo in atto e che gli impediscono, nella vita, di sviluppare rapporti positivi e soddisfacenti. Nel tempo, questo tipo di sguardo, che riconosce l’altro in profondità, risveglia in lui la consapevolezza di avere dentro di sé un centro di coscienza, libero dai condizionamenti e dalle identificazioni che ‘inchiodano’ la sua vita, da cui egli può ‘ripartire’. In questo particolare momento storico, nel quale gli adolescenti, navigando in internet, passano velocemente (e talvolta superficialmente) da un’informazione all’altra, sviluppando una capacità attentiva ad ampio raggio, ma rischiando di perdere la capacità di concentrarsi a lungo su un solo punto; nel quale ai giovani, sul lavoro, viene chiesto di essere ‘multi-tasking’ e alle donne, nella vita quotidiana, di saltare continuamente da un ruolo all’altro, la presenza di un luogo dove lo sguardo è centrato sul sé e sulla profondità, sul ‘fermarsi’ per poter ‘essere’, e finalmente ‘sentire’ rappresenta, fra l’altro, un ottimo antidoto, come la meditazione, al disperdersi e al vuoto ‘pieno’ di stress che caratterizzano il vissuto di molte persone”. “In sintesi, secondo me, lo sguardo del terapeuta è come una culla, uno spazio libero e protetto, nel quale il paziente può riconoscersi e accettarsi, riconoscere l’altro, rinascere, muovere i primi passi all’interno di una relazione che propone un nuovo modo di essere nel mondo e, infine, allontanarsi serenamente, andando verso un orizzonte più chiaro e l’alba di una nuova vita sentita finalmente come propria e degna perciò di essere vissuta”.

TRIESTE
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